José Ricardo Bezerra e Felipe Bezerra
In questa 21ª Domenica del Tempo Ordinario, il Vangelo ci pone davanti alla domanda più decisiva della vita cristiana. A Cesarea di Filippo, Gesù chiede ai discepoli: “La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?” (Mt 16,13). E le risposte sono quelle che circolavano tra il popolo: Giovanni Battista, Elia, Geremia, qualcuno dei profeti (cf. Mt 16,14).
Gesù non stava facendo un sondaggio di opinione. Egli conduce i discepoli, e conduce noi, dalle idee che si hanno sul suo conto fino all’incontro con chi Egli realmente è. Per questo motivo vale la pena percorrere ognuna di queste risposte. Non sono errori grossolani: ciascuna tocca qualcosa di vero su Gesù, ma resta piccola davanti a chi Egli è. Come dice il Catechismo, seguendo san Girolamo, ignorare le Scritture è ignorare Cristo (cf. CCC 133; Dei Verbum 25), ed è esattamente l’Antico Testamento che ci aiuta a capire perché il popolo pensava così, e perché Gesù va molto oltre.
Abbiamo già meditato questo stesso Vangelo nella Solennità dei Santi Pietro e Paolo, il 28 giugno, con altri punti. Qui abbiamo scelto cinque punti nuovi, che condividiamo nel podcast: https://youtu.be/NF6mZAWqhPA (con i sottotitoli nella tua lingua).
Vangelo: Mt 16,13-20
“In quel tempo, Gesù andò nella regione di Cesarea di Filippo e lì domandò ai suoi discepoli: ‘La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?’ Essi risposero: ‘Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri ancora Geremia o qualcuno dei profeti’. Allora Gesù domandò loro: ‘Ma voi, chi dite che io sia?’ Simon Pietro rispose: ‘Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente’. Rispondendo, Gesù gli disse: ‘Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del Regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli’. Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.” (Mt 16,13-20).
1. Giovanni il Battista: il Gesù che vorremmo più duro
La prima confusione ha una radice concreta. Erode stesso diceva che Gesù era Giovanni Battista risorto dai morti, e che per questo operava miracoli (cf. Mt 14,1-2). E, di fatto, le somiglianze esistono. Entrambi attirarono folle, entrambi ebbero discepoli, entrambi predicarono la conversione: “Convertitevi, perché il Regno dei Cieli è vicino” (Mt 3,2) è parola di Giovanni e di Gesù (Mt 4,17). Entrambi furono arrestati e morirono vittime del potere ingiusto delle autorità di questo mondo. Giovanni fu l’inviato da Dio per preparare la via (cf. Gv 1,6), e l’angelo annunciò a Zaccaria che egli sarebbe venuto “con lo spirito e la potenza di Elia” (Lc 1,17). Zaccaria stesso profetizzò: “Andrai innanzi al Signore a preparare le sue vie” (Lc 1,76), riprendendo Isaia (cf. Is 40,3).
Ma Giovanni ha respinto ogni pretesa di occupare il posto di Cristo. Quando glielo chiesero, confessò senza esitare che non era il Cristo, né Elia, né il profeta (cf. Gv 1,19-21). “Io sono voce di uno che grida nel deserto” (Gv 1,23). La voce non è la Parola. Giovanni indica e si ritira: “Ecco l’Agnello di Dio” (Gv 1,29), e due dei suoi discepoli lasciano il loro maestro per seguire Gesù (cf. Gv 1,35-37).
La domanda per la nostra preghiera è un’altra, ed è scomoda. Non è se confondiamo Gesù con Giovanni, ma se non desidereremmo che Gesù fosse come Giovanni. Giovanni era austero: portava un vestito di peli di cammello, si nutriva di locuste e miele selvatico (cf. Mt 3,4), chiamava quelli che venivano “razza di vipere” e avvertiva che la scure era già posta alla radice degli alberi (cf. Mt 3,7.10). Gesù, al contrario, sedeva a tavola con i peccatori (cf. Mt 9,10-11). Quante volte vogliamo un Gesù che venga subito a tagliare alla radice, che denunci, che sia severo con gli altri. E quante volte trasformiamo la nostra stessa vita spirituale in rigore ed esagerazione di penitenze, come se la santità fosse durezza.
Giovanni e Gesù non si oppongono, ma non si confondono. E c’è qui una lezione pastorale che vale per noi: annunciamo la verità con chiarezza per condurre le persone a Dio, mai per allontanarle da Lui. Giovanni predicava la conversione con franchezza e offriva un battesimo di penitenza a coloro che accoglievano la sua chiamata. Ai soldati non chiese di abbandonare immediatamente la loro professione, ma di non estorcere nulla a nessuno e di accontentarsi del proprio salario (cf. Lc 3,14). Annunciare la verità «a forza» produce di solito il contrario di quanto si vorrebbe: la persona si allontana e non vuole più sentir parlare di Dio, perché le è stato presentato un Dio che non è quello vero. Dire “va tutto bene, l’importante è essere felici” non serve neppure, perché il Signore stesso ci avverte riguardo alla felicità di questa terra (cf. Lc 6,24-25). La via cristiana non è imporre la verità né abbandonare la verità, ma annunciarla con carità: ‘Vieni a conoscere Cristo; in Lui c’è una vita nuova, vera ed eterna’.
2. Elia: il Gesù dello spettacolo
Nel giudaismo c’era l’attesa che Elia tornasse prima del Messia, fondata su Malachia (cf. Ml 3,23-24). Gesù stesso, scendendo dal monte della Trasfigurazione, dirà che Elia era già venuto e che gli fecero quello che vollero, riferendosi a Giovanni il Battista (cf. Mt 17,10-13).
Elia fu un profeta potente. Moltiplicò la farina e l’olio della vedova di Sarepta (cf. 1Re 17,8-16), risuscitò suo figlio (cf. 1Re 17,17-24), chiuse e riaprì i cieli (cf. 1Re 17,1; 18,41-45), fece scendere fuoco dal cielo davanti ai profeti di Baal (cf. 1Re 18,20-40), fu rapito su un carro di fuoco (cf. 2Re 2,11) e lasciò come discepolo Eliseo, che gli chiese una porzione doppia del suo spirito e che fu anch’egli potente (cf. 2Re 2,9-15). Non esiste un libro biblico attribuito al profeta Elia, che divenne una figura rappresentativa della tradizione profetica; per questo appare accanto a Mosè nella Trasfigurazione (cf. Mt 17,3).
Qui sta il rischio della nostra preghiera: volere un Gesù potente al nostro servizio. Gesù ha fatto miracoli, sì, ha camminato sulle acque, ha moltiplicato i pani, ha perdonato i peccati, ha risuscitato i morti. Ma non faceva segni per esibirsi né per soddisfare la curiosità. Davanti a Erode, che sperava di vederlo compiere qualche prodigio, Gesù non rispose nulla (cf. Lc 23,8-9). A Nazaret non fece molti miracoli, a causa della loro mancanza di fede (cf. Mt 13,58). E a quelli che lo cercavano dopo la moltiplicazione dei pani disse: “Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna” (Gv 6,26-27).
Ci sono due momenti che illuminano bene questa differenza. Elia chiese fuoco dal cielo e il fuoco scese (cf. 1Re 18,38); tuttavia, quando Giacomo e Giovanni vollero fare lo stesso contro i samaritani, Gesù li rimproverò (cf. Lc 9,54-55). Il fuoco di Elia mostra il giudizio di Dio in un contesto profetico specifico; Gesù, però, non permette che i suoi discepoli trasformino quell’immagine in una giustificazione per distruggere coloro che non li accolgono. E lo stesso Elia, il profeta del fuoco, percepì la manifestazione del Signore non nei fenomeni grandiosi, non nel vento impetuoso, non nel terremoto, né nel fuoco, ma nella brezza leggera (cf. 1Re 19,11-13). Il passo è tradizionalmente tradotto come ‘brezza leggera’ ed è stato interpretato, nella tradizione spirituale, come una manifestazione discreta di Dio nel silenzio e nella serenità. Prima di ciò, sfinito, si era coricato desiderando morire, e un angelo lo svegliò con pane e acqua: “Àlzati e mangia, perché il cammino è troppo lungo per te” (1Re 19,7). Questo episodio può essere letto, per analogia spirituale, alla luce della fede della Chiesa sul viatico, l’Eucaristia ricevuta come cibo del passaggio da questo mondo al Padre (cf. CCC 1524).
A volte vogliamo il Gesù dello spettacolo. Gesù non è il Gesù dello spettacolo.
3. Geremia: il Gesù che soffre, ma non solo
Perché confondere Gesù con Geremia? Perché Geremia fu il profeta perseguitato. Annunciò la distruzione del Tempio alla vigilia dell’invasione babilonese, chiese la conversione del popolo e non fu ascoltato. Fu oggetto di scherno, fu imprigionato, fu messo in ceppi (cf. Ger 20,1-2) e gettato in una cisterna, dove sarebbe morto se il re non avesse ordinato di tirarlo fuori (cf. Ger 38,6-13). Anche Gesù fu calunniato, perseguitato e schernito, arrestato e flagellato.
La somiglianza è reale, ed è pericolosa quando diventa specchio: “io mi identifico con il Gesù che soffre, che è perseguitato, che nessuno capisce, io sono così”. Gesù fu tutto questo, ma non si riduce a questo. Nella Passione Egli è sovrano: quando una guardia lo schiaffeggiò, rispose con serenità: “Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (Gv 18,23). Accettò di essere apparentemente indifeso, non per impotenza, ma per libera consegna di sé.
C’è ancora un aspetto di Geremia che ci consola. C’è stata un’epoca in cui si diceva in giro che non bisogna lamentarsi, che lamentarsi è essere una persona noiosa. Ma c’è un libro intero nella Bibbia che si chiama “Lamentazioni”. La tradizione ha associato a Geremia il libro delle Lamentazioni, che esprime il dolore di Gerusalemme e del popolo davanti alla catastrofe. La sua citazione: “Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; sei stato più forte di me e hai vinto” (Ger 20,7), non è una frase romantica, è quella di un uomo che dice a Dio di sentirsi ingannato e solo. Lo stesso Signore sulla croce prega un Salmo di lamentazione: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Sal 22,2; Mt 27,46), Salmo che termina nella speranza. La Parola di Dio non solo riconosce questa esperienza di dolore e di abbandono; la esprime anche, e così possiamo portarla a Dio nella preghiera.
E Geremia, il profeta sofferente, è anche il profeta della speranza. In piena rovina imminente, egli compra pubblicamente un campo ad Anatot, come segno che il popolo sarebbe tornato in quella terra (cf. Ger 32,6-15). Ed è sua la profezia della Nuova Alleanza: “Ecco, verranno giorni, oracolo del Signore, nei quali farò una nuova alleanza con la Casa d’Israele” (Ger 31,31), Alleanza che si compie in Cristo (cf. Eb 8,8-13). Tutto sembra crollare, ma la promessa di Dio rimane; la speranza non si appoggia sull’apparenza del momento, ma sulla fedeltà del Signore.
4. Qualcuno dei profeti: tutti indicano Lui
“Qualcuno dei profeti” è la risposta più vaga, e forse la più ricca. Il profeta per eccellenza che si attendeva era quello annunciato da Mosè: “Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo ai tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto” (Dt 18,15). Per questo chiesero a Giovanni il Battista: “Sei tu il profeta?” (Gv 1,21).
Ma c’è un’altra figura ancora più vicina: il Servo sofferente di Isaia. Subito dopo la professione di fede di Pietro, Gesù comincia ad annunciare che doveva andare a Gerusalemme, soffrire molto ed essere ucciso (cf. Mt 16,21). Il quarto canto del Servo (cf. Is 52,13-53,12), scritto secoli prima, è stato sempre compreso dalla Chiesa come profezia che trova il suo pieno compimento nella Passione di Cristo. E vale la pena capire bene l’ordine delle cose: Gesù non ha sofferto come chi è sottomesso a un destino cieco. La sua Passione appartiene al disegno salvifico del Padre e realizza le Scritture, e allo stesso tempo coloro che lo condannarono agirono liberamente e restano responsabili dei loro atti.
Ezechiele è chiamato da Dio, molte volte, “figlio dell’uomo”, espressione che lì designa la sua condizione umana; e Daniele presenta la visione di una figura “come un Figlio d’uomo”, che riceve potere e regalità eterni (cf. Ez 2,1; Dn 7,13-14). È questo testo di Daniele che illumina il titolo che Gesù usa nella domanda di questo Vangelo. Osea si serve dell’immagine coniugale per parlare dell’alleanza: Israele è la sposa infedele, e Dio promette di ricondurla e di rinnovare l’alleanza (cf. Os 2,16-22). Il Cantico dei Cantici, che ad alcuni causa disagio perché è un poema d’amore, è Parola ispirata; nella tradizione spirituale della Chiesa, Santa Teresa di Gesù e San Giovanni della Croce lo lessero anche come immagine delle nozze dell’anima con Dio, senza che questo escluda il suo senso letterale.
Ecco il punto: quale profeta? Tutti. Per il popolo ebraico ci sono la Legge, i libri Sapienziali e i Profeti; per noi, l’intero Antico Testamento prepara, annuncia, prefigura e trova il suo compimento in Cristo, anche se non tutti i testi sono profezie dirette su di Lui. Per questo Gesù non viene ad abolire la Legge e i Profeti, ma a portarli a compimento (cf. Mt 5,17). Non ha abolito il sacrificio: Egli stesso è il sacrificio (cf. Eb 9,11-14). Perfino il Levitico, che sembra solo prescrizione, in Lui si compie.
Questa pienezza trova un’espressione sacramentale privilegiata nell’Eucaristia. Nella liturgia, le parole e i gesti della consacrazione, sotto le specie separate del pane e del vino, rappresentano sacramentalmente la consegna del Corpo e del Sangue di Cristo e rendono presente l’unico sacrificio della croce; e occorre dire con chiarezza che, dopo la consacrazione, Cristo intero, Corpo, Sangue, anima e divinità, è presente sotto ciascuna delle specie e sotto ogni loro parte (cf. CCC 1374-1377; 1362-1367). Egli è il vero Tempio, perché in Lui abita corporalmente la pienezza della divinità (cf. Gv 2,19-21; Col 2,9), ed è di questa presenza che i nostri templi sono segno, e, per partecipazione, la Chiesa e ogni fedele sono templi dello Spirito Santo (cf. 1Cor 6,19). Gesù assume e porta a pienezza la storia dell’alleanza di Israele, realizzando nella sua persona ciò verso cui puntavano la Legge, i Profeti, il culto e le promesse. Ed è così che Egli è l’Unto.
5. “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”
Arriviamo alla risposta di Pietro, e ha due parti che non possono essere separate.
“Tu sei il Cristo.” “Cristo” non è un cognome. È la parola greca Christós, che traduce l’ebraico Mashiach, Messia, l’Unto. Dire “Gesù Cristo” è dire Gesù, l’Unto. Colpisce che i Vangeli non narrino alcuna unzione rituale di Gesù per mano di un profeta: né Simeone alla presentazione del Signore (cf. Lc 2,22-35), né Giovanni Battista lo unsero. La sua unzione messianica si manifesta nel Battesimo, quando lo Spirito Santo scende su di Lui e il Padre rivela che Egli è il suo Figlio amato (cf. Lc 4,18; At 10,38). La confessione ‘Tu sei il Cristo’ riconosce Gesù come il Messia promesso, l’Unto che, nell’umanità assunta dal Verbo, realizza perfettamente la missione regale, sacerdotale e profetica. Le genealogie di Matteo e Luca insistono su questo (cf. Mt 1,1-17; Lc 3,23-38), e Giovanni dirà che il Verbo si fece carne (Gv 1,14). “Quello che abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che le nostre mani toccarono del Verbo della vita” (1Gv 1,1). Risorto, dirà ai discepoli: “Toccatemi e guardate” (Lc 24,39).
Tuttavia, tra le attese messianiche del giudaismo di quel periodo, alcune assumevano un forte carattere politico e nazionale: si aspettava un re che scacciasse i romani e restaurasse il Regno d’Israele. Gesù compie la promessa e la supera infinitamente: “Il mio Regno non è di questo mondo” (Gv 18,36).
E Pietro dice ancora che Gesù è il “Figlio del Dio vivente”. Questa seconda parte è quella che dà il tono a tutto il Vangelo. Marco apre il suo libro esattamente così: “Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio” (Mc 1,1). L’espressione “Figlio di Dio” aveva usi diversi nell’ambiente biblico; la novità cristiana, che si rivela pienamente alla luce della Risurrezione e della fede apostolica, è che Gesù è il Figlio eterno, consustanziale al Padre, e non semplicemente un inviato o un figlio adottivo. Egli è molto al di sopra della semplice umanità: ha potere sulle acque, sul perdono dei peccati, sulla morte. Vero Dio e vero uomo, una sola Persona in due nature (cf. CCC 464-469). È con Cristo, vivo e risorto, che dobbiamo entrare in relazione di fede e di amore. Giovanni Battista, Elia e tutti i profeti non occupano il posto di Gesù; essi indicano Lui e trovano in Lui il compimento della loro missione.
E dove scopriamo chi è il Gesù vero? Nella Parola. Non inventare il tuo Gesù. Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza (cf. Gen 1,26-27), e noi viviamo tentati di fare un dio a nostra immagine e somiglianza. Gesù non è ciò che proiettiamo. Abbiamo bisogno di vedere chi Egli è per assomigliare a Lui, e non di fare in modo che Egli assomigli a noi.
Questo vale nei due sensi. Se vedi un Gesù che è solo giustizia, senza misericordia, sta’ attento: “con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi” (Mt 7,2). E se vedi un Gesù che non disturba mai, ricorda che Egli fece una frusta di cordicelle nel tempio (cf. Gv 2,15). Quel gesto profetico non autorizza la violenza dei discepoli; rivela lo zelo di Gesù per la Casa del Padre, per la purezza del culto e per la verità della relazione con Dio. Egli è lo stesso che dice: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11,28). Gesù è venuto per tutti, specialmente per i peccatori (cf. Mc 2,17). Non allontaniamo coloro che hanno bisogno della misericordia di Dio — e tutti noi ne abbiamo bisogno —; accogliamoli e accompagniamoli fino a Cristo, che chiama tutti alla conversione e alla vita nuova.
Passi della Lectio Divina
La Lectio Divina è la lettura orante della Parola di Dio. Riserva un tempo di silenzio, invoca lo Spirito Santo e percorri con calma questi passi, pregando tu stesso con questo Vangelo.
1. Lettura (Lectio). Che cosa dice il testo? Leggi lentamente Mt 16,13-20. Osserva le due domande di Gesù: prima ciò che dicono gli altri, poi ciò che dici tu. Nota i nomi che compaiono: Giovanni il Battista, Elia, Geremia, i profeti.
2. Meditazione (Meditatio). Che cosa dice il testo a me? Quale di questi “Gesù” hai cercato? Il severo di Giovanni il Battista, il potente di Elia, il sofferente di Geremia, o quello che tu stesso hai inventato a tua immagine? Dove la tua idea di Gesù è più piccola di ciò che Egli è?
3. Preghiera (Oratio). Che cosa dico a Dio a partire dal testo? “Signore, tu sei il Messia atteso, e vai molto oltre quello che aspettavamo. Mostraci chi Tu sei davvero: non ciò che dicono gli uomini, non ciò che noi inventiamo, ma Te stesso. Rivelati a noi. Donaci di questo Tuo cuore misericordioso, mite e umile, e allo stesso tempo fermo, deciso a non scendere a patti con il peccato, come Tu sei stato, fermo davanti a coloro che volevano ridurre la verità, e non hai rinunciato alla verità che sei Tu stesso…” Continua la tua preghiera come lo Spirito Santo ti ispira.
4. Contemplazione (Contemplatio). Quale sguardo nuovo mi dona Dio? Rimani in silenzio davanti al Signore vivo, vero Dio e vero uomo, senza chiedere nulla. Lascia che Egli si mostri.
5. Azione (Actio). A che cosa mi chiama il Signore oggi? Scegli un brano del Vangelo da leggere questa settimana, per conoscere Gesù come Egli è e non come tu lo immagini. E, nel tuo modo di parlare di Dio agli altri, scegli di attirare invece di allontanare le persone da Dio.
Alla prossima settimana! Shalom!
Dal lunedì al sabato abbiamo un breve video; la domenica, il nostro podcast con il Vangelo domenicale perché tu possa meditare e pregare. Iscriviti al canale e invita altre persone, perché più persone amino la Parola di Dio. Lascia il tuo “mi piace” e inoltralo ai tuoi amici. Dio ti benedica. Shalom!
Video del podcast: https://youtu.be/NF6mZAWqhPA con i sottotitoli che puoi selezionare nella tua lingua.