Formazione

Beato te, Pietro; in te edifico la mia Chiesa

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Beati coloro che ascoltano la Parola di Dio

Beato te, Pietro; in te edifico la mia Chiesa

José Ricardo Bezerra e Felipe Bezerra

Vangelo: Matteo 16,13-19

Introduzione

Questa domenica celebriamo la Solennità dei Santi Pietro e Paolo, Apostoli. Sebbene il calendario indichi la 13ª Domenica del Tempo Ordinario, in Brasile seguiamo la liturgia della Conferenza Episcopale, che trasferisce a questa domenica, la più vicina al giorno 29, la festa dei due grandi apostoli. In alcuni luoghi la solennità è celebrata il 29 giugno stesso.

La liturgia ci offre due Vangeli, quello della vigilia (Giovanni 21,15-19) e quello del giorno (Matteo 16,13-19), che abbiamo scelto per meditare. È il brano in cui Gesù chiede ai discepoli chi dice la gente che Egli sia, e Pietro risponde a nome di tutti; poi Gesù lo costituisce pietra fondamentale della sua Chiesa. Il Vangelo è incentrato su Pietro, ma la festa di oggi celebra anche Paolo, il grande apostolo ed evangelizzatore della Chiesa.

In questo brano vi sono sei versetti e abbiamo scelto cinque punti per la nostra meditazione. Forse hai già letto e ascoltato questo Vangelo molte volte, ma quando prendiamo la Parola per pregare, il Signore ci sorprende sempre con qualcosa di nuovo.

Il Vangelo

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». (Mt 16,13-19).

1. «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?» (Mt 16,13)

La prima domanda di Gesù non è un sondaggio d’opinione. Non vuole sapere quale sia la sua popolarità, ma vuole che i discepoli percepiscano chi Egli realmente è. È la questione dell’identità di Gesù. Le risposte arrivano subito: Giovanni il Battista, Elìa, Geremìa o qualcuno dei profeti. Gesù non è nessuno di loro, pur avendo alcune caratteristiche di quelli citati, che non approfondiamo nel podcast.

Questa domanda del Signore agli apostoli attraversa i duemila anni di storia. Che cosa si è detto su chi fosse Gesù? Molti lo riconoscono come una persona buona e santa, ma negano che sia il Figlio di Dio. Altri lo chiamano filosofo, maestro impareggiabile, uomo che ha fatto molte cose buone, che ha guarito e perfino risuscitato persone, ma rifiutano di accettare la sua divinità. Ci sono tutte le versioni possibili, e furono molte le eresie su Gesù, dall’inizio del cristianesimo fino a oggi.

Conoscere ciò che si dice di Gesù ci aiuta anche a capire chi Egli non è. È la cosiddetta teologia della negazione (apofatica), la via di dire ciò che Dio non è. Seguendo la storia delle eresie, comprendiamo a poco a poco: Gesù non è soltanto un uomo (contro l’arianesimo), non è un angelo elevato, non è una creatura speciale, non è un semidio. Fu per custodire questa verità che la Chiesa proclamò il dogma di Maria, Madre di Dio (Theotokos), nel Concilio di Èfeso (431): chiamare Maria Madre di Dio non significa che ella sia una dea, ma che è madre dell’unica persona che è Gesù, vero Dio e vero uomo, che non può essere diviso in due persone.

Il Credo niceno-costantinopolitano, frutto dei Concili di Nicèa (325 d.C.) e di Costantinopoli (381 d.C.), giunse a una conclusione luminosa su Gesù: «Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre». Queste verità non furono inventate dai Concili. Erano già nei Vangeli. Per esempio, san Marco apre dicendo che è il «Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio», e san Giovanni conclude il suo testimoniando di aver scritto quei segni «perché crediate che Gesù è il Figlio di Dio e, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20,31). I dogmi non fanno che esplicitare, quando qualcuno lo nega, ciò che è sempre stata la fede della Chiesa.

2. «Ma voi, chi dite che io sia?» (Mt 16,15)

Questa è la grande domanda, perché la risposta è unica e personale. Davanti al Signore, ciascuno risponde chi Egli è per sé. Pietro prende la parola a nome degli altri apostoli, ma ogni cuore ha la propria risposta. Quella di Tommaso, invitato a toccare le piaghe del Signore, dichiara: «Mio Signore e mio Dio». (Gv 20,28).

Qui possiamo fare un passo in più, nello spirito di san Francesco d’Assisi quando si poneva in preghiera davanti al crocifisso bizantino di San Damiano: «Chi sei tu, Signore, e chi sono io?». Oppure, come pregava santa Teresa d’Ávila: «Signore, tu sei colui che è, e io sono colei che non è». L’esperienza del Signore ci conduce alla constatazione di Giobbe: «Ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto». (Gb 42,5). Non vediamo con gli occhi del corpo, ma con gli occhi della fede, e la fede è il fondamento di tutta la vita cristiana.

Questa risposta, che il Signore desidera da ciascuno, non può essere sequestrata da nessuna ideologia. È inutile cercare di fare di Gesù un uomo di «sinistra» o di «destra», di chiamarlo il primo socialista o il difensore dei valori tradizionali e della responsabilità morale individuale. La Dottrina Sociale della Chiesa è ben al di sopra di qualsiasi ideologia politica. La risposta cattolica resta la stessa: «Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero…». È questo che Pietro confesserà in modo semplice, come vedremo tra poco.

3. «Beato sei tu…» (Mt 16,17)

Dopo che Pietro ha proclamato che Gesù era il Messia, il Figlio del Dio vivente, il Signore lo dichiara beato, felice, perché «né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli» (Mt 16,17). La felicità di Pietro nasce da questa rivelazione del Padre. E qui vi è un’affermazione implicita della Trinità: è il Padre che rivela e sarà anche lo Spirito a farci conoscere chi è Gesù (cfr. Gv 14,26; 15,26).

Nella tua preghiera, metti il tuo nome al posto del nome di Pietro: «Beato sei tu, (il tuo nome)». Anche noi possiamo vivere questa beatitudine ogni volta che riconosciamo e lodiamo il Signore, perché Egli si rivela. E quando è il Padre, o lo Spirito stesso, a rivelarci chi è Gesù, partecipiamo alla stessa felicità di Pietro. Queste cose, dice il Signore, sono nascoste ai sapienti e ai dotti e rivelate ai piccoli (cfr. Mt 11,25).

Perciò grida: «Vieni, o Padre, e rivelami chi è Gesù. Vieni, Spirito Santo, e rivelami chi è Gesù». Non è la nostra intelligenza, né alcun essere umano, a poterlo rivelare. Come ha insegnato il Papa Benedetto XVI (cfr. Udienza Generale del 14 novembre 2012 e Deus Caritas Est, 1), la fede cristiana non è una serie di dottrine, ma l’incontro con una Persona. Non serve sapere tutto sulla religione se manca ancora l’esperienza con la persona di Gesù. Chi ha avuto quell’esperienza non si arrende, come il cane che ha visto la lepre e continua la corsa quando gli altri sono già stanchi, perché sa ciò che ha visto. Non fermarti a metà strada: chiedi, perché lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza (cfr. Rm 8,26).

4. «Le potenze degli inferi» (Mt 16,18)

«Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa». (Mt 16,18). Perché Gesù permette che il potere dell’inferno continui ad agire? Perché lì entra la nostra libertà. L’inferno ha un potere, sì, ma è un potere limitato: non potrà mai vincere il Signore né la Chiesa. Come in una frase attribuita a sant’Agostino: il diavolo è il cane incatenato che morde solo chi gli si avvicina. Il demonio esiste e l’inferno pure, e il suo potere vuole allontanarci da Dio e gettarci sulla via delle tenebre, ma non può toglierci né l’intelligenza né la volontà.

Dio ha voluto crearci liberi. Già nel libro del Deuteronomio Egli diceva: «Vedi, io pongo davanti a te la vita e la morte». (Dt 30,19). È la dottrina delle due vie, del Salmo 1, della porta stretta e della porta larga (cfr. Mt 7,13-14). Il potere dell’inferno può tentare di allontanarci dal Signore, e c’è perfino il peso del peccato comunitario, quando il gruppo ci trascina, ma nessuno è obbligato a peccare. Per questo preghiamo nel Padre Nostro: «Non abbandonarci alla tentazione». (Mt 6,13). E san Paolo, nella Lettera agli Efesini (Ef 6,10-17), ci ricorda di rivestirci dell’armatura di Dio per il combattimento spirituale.

Vale la pena notare l’immagine delle «porte degli inferi» (Mt 16,18), il termine usato in alcune traduzioni. Una porta non si muove dal suo posto per attaccare. Se le «porte degli inferi non prevarranno», è perché siamo noi, la Chiesa, ad avanzare contro di esse. Come in un assedio medievale, l’obiettivo è abbattere la porta del castello e liberare chi è dentro. La Chiesa esiste per andare in cerca della pecora smarrita ovunque essa sia, trincea per trincea, fino a conquistare tutti i popoli per Dio. Non si tratta di restare rannicchiati e zitti, ma di avanzare, annunciare il Vangelo a ogni creatura, con parresia, con audacia.

Infine, i due grandi poteri dell’inferno sull’uomo sono sempre stati il peccato e la morte, ed entrambi sono stati vinti da Gesù. Egli ha vinto la morte e il peccato, e noi siamo vincitori con Lui (cfr. Rm 8,37; 1 Cor 15,57). Finché saremo in questa vita affronteremo ancora le tentazioni, ma la vittoria è già garantita. È come avere in mano un biglietto vincente che sarà riscosso solo più avanti: la lotta continua, ma con la certezza del premio che già ci appartiene. «Coraggio, io ho vinto il mondo» (Gv 16,33), disse Gesù nell’ultima cena. Ciò di cui abbiamo bisogno è arrivare fin là, fermi e sicuri nella barca di Pietro.

5. Il potere delle chiavi (cfr. Mt 16,19)

«A te darò le chiavi del Regno, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». (Mt 16,19). Gesù aveva già dato ai discepoli il potere sugli spiriti maligni, sulle malattie e di annunciare la Buona Novella della salvezza. Ma il potere delle chiavi è dato specificamente a Pietro, e il pronome è al singolare: «A te darò» (a te solo), e non «A voi darò». Il potere di guarire e perfino di assolvere i peccati (cfr. Gv 20,23) è dato al plurale, ma la promessa delle chiavi fu fatta a uno solo, a Pietro. È un motivo in più per riconoscere in lui e nei suoi successori un’autorità unica e suprema.

Per questo, quando i vescovi si riuniscono in Concilio, deliberano, ma è il Papa a dare l’ultima parola: senza la sua ratifica, gli Atti conciliari non hanno valore, proprio per il potere delle chiavi, che appartiene a Pietro e ai suoi successori. La Chiesa non può dividersi in mille voci dove ognuno dice ciò che vuole. Se in cielo c’è una gerarchia, santi, angeli e arcangeli, perché non dovrebbe esserci sulla terra? Occorre una parola finale di autorità, e fu Gesù stesso a costituirla in Pietro.

Questa immagine delle chiavi viene da lontano nella storia d’Israele. Al tempo dei re, c’era il maggiordomo del palazzo (in ebraico, colui che è «sopra la casa»). Quando il re partiva per la guerra, gli lasciava la chiave: era lui ad aprire e chiudere, a comandare in suo nome. Il profeta Isaia racconta il caso di Eliakìm, che riceve l’investitura e le chiavi della casa di Davide (cfr. Is 22,20-22). Gesù riprende nella Chiesa qualcosa di profondamente radicato nella storia d’Israele. Un altro elemento di questa dinastia è la regina madre (in ebraico, Gebirah): da Salomone in poi, la regina non era la sposa, ma la madre del re, come si legge nel Libro dei Re (cfr. 1 Re 2,19-20; 14,21; 15,2). Per questo chiamiamo la Madonna Regina: perché la Regina del Regno d’Israele era la madre del re, e Gesù ha voluto tutto questo.

Un dettaglio sul nome di Pietro

Vale la pena osservare l’evoluzione del nome dell’apostolo. Dapprima è «Simone, figlio di Giona» (Gv 1,42; Mt 16,17). Dopo essere stato chiamato da Gesù, nessuno lo chiama più Simone, se non il Signore stesso, nell’apparizione presso il mare di Galilea: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?» (Gv 21,15-17). Col tempo, come vediamo nelle Lettere di Paolo, viene chiamato soltanto «Cefa» (1 Cor 1,12; 15,5; Gal 2,11-14), il nome ebraico che Gesù gli diede, che nessuno osa tradurre. Questa maturazione mostra che, già nei tempi apostolici, si riconosceva il primato di Pietro e, ancor più, l’autorità di Gesù, che gli diede un nome nuovo e una missione nuova. Per questo non possiamo dire che Pietro fosse semplicemente uguale agli altri.

Quando san Paolo racconta di aver discusso con Pietro (cfr. Gal 2,11-14), non lo sta diminuendo. Al contrario: sta dicendo che richiamò perfino colui che era al di sopra di tutti, proprio per mostrare che non era debole e che in quell’occasione Pietro lo meritava. Ma Paolo riconobbe Pietro come colonna della Chiesa e l’importanza della sua missione (Gal 2,7-9).

Una parola su san Paolo

Poiché la festa di oggi celebra anche san Paolo, vale la pena ricordare la sua formazione. Dopo l’esperienza fortissima sulla via di Damasco, Paolo non andò a predicare il giorno seguente. Riacquistò la vista (cfr. At 9,17-19), trascorse anni a maturare (cfr. Gal 1,15-18; 2,1), e fu ancora necessario che Barnaba lo conducesse in mezzo agli apostoli (cfr. At 9,26-27) e, anni più tardi, andasse a Tarso per portarlo ad Antiochia (cfr. At 11,25-26). Oggi ci sono molti «convertiti di internet» che, appena battezzati, credono di avere già l’autorità di predicare come l’aveva Paolo. Ma Paolo impiegò anni. Come dice il vescovo Robert Barron, chi vuole evangelizzare nei nuovi media deve prima abituarsi ai vecchi media: bisogna leggere molto, conoscere la dottrina e la Parola di Dio, prima di parlare, per non finire col dire sciocchezze.

L’unica Chiesa di Cristo

Gesù non parla delle «mie chiese», ma della «mia Chiesa» (Mt 16,18), al singolare. È l’unica Chiesa di Cristo, una, santa, cattolica e apostolica, fondata su Pietro e sui suoi successori, da Pietro fino al Papa Leone XIV. Come dicevano i Padri della Chiesa, come sant’Ambrogio: «dove è Pietro, lì è la Chiesa»; e ancora sant’Agostino: «Roma ha parlato, la causa è chiusa». Curiosamente, fu sant’Ireneo stesso a citare i nomi degli autori dei quattro Vangeli, che conosciamo per la Tradizione e non nei testi stessi degli evangelisti. Chi accetta la canonicità e i nomi dei quattro Vangeli a motivo dei Padri della Chiesa deve, per coerenza, accettare anche il primato di Pietro, affermato dalla stessa Tradizione.

Passi della Lectio Divina

Lettura (Lectio). Che cosa dice il testo?

Leggi con calma, a mezza voce, il testo del Vangelo di Matteo 16,13-19 che abbiamo posto sopra. Oppure, se vuoi, medita il Vangelo della vigilia, Giovanni 21,15-19.

Meditazione (Meditatio). Che cosa dice a me il testo?

Lascia risuonare la Parola a partire dai cinque punti: ciò che la gente dice di Gesù; ciò che tu stesso rispondi alla domanda «chi dici che io sia?»; la felicità di chi riceve la rivelazione del Padre; il potere limitato dell’inferno di fronte alla vittoria di Cristo; e il potere delle chiavi affidato a Pietro e ai suoi successori. Chiediti: ho già avuto un’esperienza personale con la persona di Gesù, o so soltanto cose su di Lui?

Preghiera (Oratio). Che cosa rispondo a Dio a partire dal testo?

Prega con parole tue, mettendo il tuo nome dove Gesù dice «Beato sei tu…». Grida al Padre e allo Spirito Santo: «Vieni e rivelami chi è Gesù». Prega per la Chiesa, per il Papa, per il tuo vescovo e per la tua Comunità o parrocchia, e affidati all’intercessione della Madonna, Regina e Madre.

Contemplazione (Contemplatio). Quale sguardo nuovo mi dona Dio?

Rimani in silenzio davanti al Signore, come san Francesco davanti al crocifisso: «Chi sei tu, Signore, e chi sono io?». Fermati semplicemente e stupisciti davanti alla persona di Gesù, lasciando che Egli ti dica, personalmente, che tu sei suo figlio amato.

Azione (Actio). A che cosa il Signore mi chiama ad agire oggi?

Assumi un gesto concreto questa settimana: confessare con la vita la tua fede in Gesù, pregare per il Papa e per l’unità della Chiesa, e condividere con qualcuno la gioia di appartenere a quest’unico gregge. Avanza contro le «porte degli inferi» cercando la pecora che è lontana.

Alla prossima settimana. Shalom!

Video del podcast: https://youtu.be/oQ1zYkweHAQ


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